Forme trascendentali - Kant
I seguenti brani sono tratti dall’introduzione di Vittorio Mathieu al volume:
Traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice
Biblioteca Universale Laterza
Decima edizione 2000
“mostra [la “Critica della ragion pura”] come, nello sviluppo del conoscere, si attui il processo di oggettivazione; come si costituisce l'oggetto. Le condizioni indicate da Kant del costituirsi dell'oggetto, appunto perché [pre]oggettuali, non possono essere oggetti a loro volta, pena la contraddizione: vi è, tuttavia, un processo reale in cui si oggettiva, e quindi si costituisce, la realtà fenomenica, e ad esso guarda Kant attraverso la sua costruzione formale, ipotetico-deduttiva.”
“Poiché le condizioni «trascendentali», che rendono originariamente possibile l'oggettivazione, non possono essere oggetti a loro volta, è opportuno assumerle come presupposti. Kant non ha il coraggio di presentarle espressamente così: tuttavia le indica come fatti; e, in una filosofia trascendentale, assumere un fatto o assumere un postulato non sono due cose molto diverse. Vi è un fatto della sensibilità, ed è l'esistenza di un materiale sensibile, di cui l'oggetto è costituito. Come sia posto in essere questo materiale, non possiamo saperlo: siamo al livello delle condizioni che precedono qualsiasi processo indagabile, e, quindi, le infinite discussioni della letteratura critica in proposito non approdarono a nulla.”
“Ammessi dunque i presupposti, la spiegazione kantiana della possibilità di una conoscenza a priori funziona egregiamente. Se (primo presupposto) le forme dello spazio e del tempo condizionano la ricezione del materiale in modo assoluto, sicché fuori di esse non può formarsi per noi alcun oggetto, è chiaro che l'oggetto, per entrare nella nostra esperienza, deve assumere la struttura delle forme in cui lo riceviamo. Allora, conosciute tali forme (secondo presupposto), non occorrerà rifarsi sempre all'esperienza, per conoscere tutti i caratteri che l'oggetto possiede
[...]
Allora il materiale, o si assoggetta alle condizioni dello spazio e del tempo, o resta fuori, e per noi è come se non ci fosse: è la «cosa in sé», nel senso di cosa per conto suo, indipendente dalle condizioni a cui sottostà ciò che entra nella nostra possibilità di esperienza.”
“[…] l'intelletto pensa oggetti che non produce: oggetti che anche a Critica compiuta, Kant continua a pensare e a definire come «oggetti dati».”
I seguenti brani sono tratti dal volume:
Traduzione di Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo-Radice
Biblioteca Universale Laterza
Decima edizione 2000
“Il primo che dimostrò il triangolo isoscele (1) (si chiamasse Talete o come si voglia), fu colpito da una gran luce: perché comprese ch'egli non doveva seguire a passo a passo ciò che vedeva nella figura, né attaccarsi al semplice concetto di questa figura, quasi per impararne le proprietà; ma, per mezzo di ciò che per i suoi stessi concetti vi pensava e rappresentava (per costruzione), produrla; e che, per sapere con sicurezza qualche cosa a priori, non doveva attribuire alla cosa se non ciò che scaturiva necessariamente da quello che, secondo il suo concetto, vi aveva posto egli stesso.”
“Ne segue che, quanto a quello, una intuizione a priori (non empirica) sta a base di tutti i concetti di esso. Così anche tutti i princìpi geometrici, per esempio che in un triangolo la somma di due lati è maggiore del terzo, non vengono mai ricavati dai concetti universali di linea e di triangolo, bensì dalla intuizione, e a priori con certezza apodittica.”
“Lo spazio non è un concetto discorsivo o, come si dice, universale dei rapporti delle cose in generale, ma una intuizione pura.
[…]
Ne segue che, quanto a quello, una intuizione a priori (non empirica) sta a base di tutti i concetti di esso. Così anche tutti i princìpi geometrici, per esempio che in un triangolo la somma di due lati è maggiore del terzo, non vengono mai ricavati dai concetti universali di linea e di triangolo, bensì dalla intuizione, e a priori con certezza apodittica.”
Dai brani che abbiamo visto, e ce ne sono molti altri al riguardo, un concetto simile alla “forma trascendentale” che abbiamo potuto utilizzare per le concezione della percezione per Platone e per Aristotele, anche se profondamente diversi, per Kant non esiste.
Per Platone e per Aristotele era possibile individuare un prima e un dopo l’evento percettivo, prima c’è la “forma trascendentale” dopo c’è la conoscenza.
In Kant esiste solo un dopo dato che quanto accade al momento della percezione viene deproblematizzato in quanto non esiste per la coscienza, ma ciò che scaturisce da esso è pura intuizione.
Ciò che ho potuto fare per i due filosofi greci e cioè ipotizzare un circolo vizioso tra oggetto primo e oggetto della percezione che si doveva conoscere per vedere e vedere per conoscere, per Kant non si può fare dato che la “cosa” prima della sua concettualizzazione e solo una “cosa in se” imperscrutabile se non rientra nelle categorie e quindi è esclusivamente un processo intellettuale post percettivo.
No so se in tutta l’opera di Kant ci sia un riferimento diretto alla contraddizione a cui ho accennato ma evidentemente il problema della costituzione della forma era talmente complesso che ha ritenuto opportuno eliminarlo.
Questa concezione della “forma trascendentale” negata, però, ci lascia campo libero per la seguente considerazione: l’oggetto della percezione, che ha posteriori è intellettualizzato tramite le categorie, in ogni caso esiste fisicamente e se la percezione è una intuizione cosa è e come si svolge la “costruzione” di tale oggetto?
Dato che ci occupiamo di forme visive che rientrano nell’ambito della geometria, un triangolo, che di per se esiste, e che viene tramite l’intuizione, acquisito istantaneamente nella sua globalità come è stato immaginato e costruito nella realtà fenomenica?
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