Translate

Intro

I "dialoghi" che si svilupperanno hanno un punto di arrivo di cui il tema è la percezione della realtà sensibile: il fenomeno è tutto ciò che si evidenzia ai nostri sensi e quindi la realtà esistente al di fuori di noi. Di tutti i fenomeni del sensibile quelli che saranno oggetto dei dialoghi/post saranno quelli che ricadono nell'ambito della visione. L'obiettivo finale è rivolto a sviluppare delle considerazioni sulla geometria. Non sono un filosofo ma un architetto quindi non farò analisi molto approfondite sugli argomenti proposti riguardanti la filosofia, che però è uno degli argomenti principali, mi limiterò a raccogliere quelle idee funzionali allo scopo all'obiettivo che mi sono proposto.

venerdì 28 gennaio 2022

Forme trascendentali - Aristotele

Forme trascendentali - Aristotele

Un punto di riferimento sicuro è la decisa contrapposizione, nel pensiero maturo di Aristotele, al pensiero di Platone non solo per le tematiche più generali ma anche nel caso della percezione della forma.

Alla “idea” di Platone si sostituisce la “forma” di ArisTotele ma, in entrambi i casi, l’eîdos, cioè la forma “ideale”, resta sempre l’oggetto del pensiero. Ciò che cambia è la differente fonte di legittimazione della conoscenza: trascendentale in Platone, immanente in Aristotele.

In Aristotele possiamo trovare un concetto assimilabile alla forma trascendentale (eîdos), con una certa approssimazione, a quello di  fantasia (phantasia), sviluppato soprattutto nel De anima ma toccato anche in altre sue opere. Nonostante ciò l’argomento rimane coperto, per i suoi commentatori, da dubbi e incertezze, dato che i riferimenti sono spesso rapidi, elusivi e, non di rado, discordanti.

Vediamo alcuni dei principali punti in cui viene illustrato il concetto, iniziamo con il primo capitolo del De memoria et reminiscentia (449b 30-450a 7):

“Si è detto già prima, nei libri Sull’anima, dell’immaginazione, e che non si può pensare

senza immagine. Nel pensare accade infatti la stessa cosa che accade nel disegnare una figura: qui, infatti, pur non avendo affatto bisogno di un triangolo di grandezza determinata, lo tracciamo tuttavia di grandezza determinata. Allo stesso modo, colui che pensa, anche se non pensa una quantità, si pone dinanzi agli occhi l’oggetto come quantità determinata, pur non pensandolo in quanto tale.”

In questo brano sembra che la descrizione della fantasia sia vicina a quella dell’immagine mentale, per ritrovarci però in altri brani con affermazioni parzialmente discordanti.

Nel settimo capitolo del De anima si afferma che «l’anima non pensa mai senza un’immagine» e che «la facoltà intellettiva pensa le forme nelle immagini»; mentre il capitolo immediatamente successivo, l’ottavo, si conclude in questo modo (432a 3-12)

“Ora, dato che nessuna cosa, a quanto risulta, esiste separata dalle grandezze sensibili, è nelle forme sensibili che esistono gli intelligibili, sia quelli che si dicono per astrazione, sia quanti sono disposizioni e affezioni dei sensibili. E per questo chi non avesse alcuna sensazione non imparerebbe né comprenderebbe nulla; e per questo, quando uno pensa qualcosa, pensa necessariamente insieme una qualche immagine: le immagini sono infatti come sensazioni, solo che mancano di materia.”

Non tutto è chiaro nell’interpretazione di questi brani, ma la relazione tra pensiero ed immagine emerge con sufficiente chiarezza, soprattutto sulla base del primo capitolo del De memoria et reminiscentia e dell’ultimo dei Secondi analitici, ed diviene lecito ipotizzare lo sviluppo che va dall’immagine al concetto in un processo del genere:

1. a partire da dati di senso occasionali e ripetuti, l’immaginazione elabora immagini mentali persistenti, che esistono cioè anche in assenza della sensazione in atto;

2. queste immagini mentali possono essere delle rappresentazioni di pura forma ad esempio l’immagine di «uomo» in generale, non di un uomo in particolare;

3. dalle rappresentazioni evidentemente in forza di un processo di astrazione-generalizzazione, si generano i concetti puri.

Per approfondire tale concezione inseriamo un brano de Secondi analitici, II, 99b 35– 100b 5, trad. it. in Opere, Laterza, Roma-Bari 1973, pp. 372-373.

"Tutti gli animali hanno un’innata capacità discriminante, che viene chiamata sensazione. Così, la sensazione è insita negli animali, ma mentre in alcuni di essi si produce una persistenza dell'impressione sensoriale, in altri invece ciò non avviene. Orbene, quegli animali in cui non si produce tale persistenza, mancano o totalmente, o rispetto agli oggetti, la cui percezione non lascia in essi alcuna traccia, di qualsiasi conoscenza al di fuori della sensazione; altri animali invece possono, una volta che la sensazione è cessata, conservare ancora qualcosa nell’anima. Quando poi si siano prodotte molte impressioni persistenti di questa natura, si presenta allora una certa differenziazione, e di conseguenza in certi animali si sviluppa, sulla base della persistenza di siffatte impressioni, un nesso discorsivo, mentre in altri animali ciò non si produce. Dalla sensazione si sviluppa dunque ciò che chiamiamo ricordo, e dal ricordo spesso rinnovato di un medesimo oggetto si sviluppa l’esperienza. In realtà, dei ricordi che sono numericamente molti costituiscono una sola esperienza. In seguito, sulla base dell’esperienza, ossia dell’intero oggetto universale che si è acquietato nell’anima, dell’unità al di là della molteplicità, il quale è contenuto come uno e identico in tutti gli oggetti molteplici, si presenta il principio dell’arte e della scienza: dell’arte, riguardo al divenire, della scienza riguardo a ciò che è. Le suddette facoltà non ci sono dunque immanenti nella loro determinatezza, né provengono in noi da altre facoltà più produttive di conoscenza, ma vengono suscitate piuttosto dalla sensazione.

Così in battaglia, quando l’esercito si è colto in fuga, se un soldato si arresta, si arresta pure un secondo, e poi un altro ancora sino a che si giunge al principio dello schieramento. L’anima d’altronde è costituita in modo tale da poter subire ciò […] In realtà, quando un solo oggetto, cui non possono applicarsi differenze, si arresta in noi, allora per la prima volta si presenta nell’anima l’universale (poiché si percepisce bensì l’oggetto singolo, ma la sensazione si rivolge all’universale, per esempio all’uomo, non già all’uomo Callia); e poi rispetto a questi oggetti si verifica in noi un ulteriore acquietarsi, sino a che nell’anima si arrestano gli oggetti che non hanno parti e gli universali. Ad esempio, partendo da un certo animale, si procede sino all’animale, e poi rispetto a quest’ultimo avviene lo stesso. E’ dunque evidentemente necessario che noi giungiamo a conoscere gli elementi primi con l’induzione. In effetti, già la sensazione produce a questo modo l’universale."

Da quanto visto risulta evidente che Aristotele ha una idea chiara per quanto riguarda il nesso tra immagine e concetto che possiamo ricondurre all’idea che esso si realizza attraverso la connessione dei concetti con la rappresentazione mentale corrispondente di tipo eminentemente visivo (phàntasma), dove il concetto, che a sua volta viene tradotta in immagine, è il contenuto mentale che deriva dall’apprendimento progressivo dell’essenza di un certo genere di cose, ossia l’oggetto mentale che sta per l’oggetto reale esterno colto nel sua forma universale.

La scienza e la conoscenza sillogistica avvengono - secondo quanto afferma Aristotele negli Analitici Secondi – sulla base di determinazioni universali dell’oggetto di cui si parla. Tali determinazioni sono universali se predicabili di ogni oggetto indicato dal termine.

Perché la determinazione di un un oggetto sia universale occorre che lo sia per il suo oggetto primo, cioè dell’oggetto anteriore ad ogni altro oggetto cui appartiene tale determinazione.

Consideriamo un esempio: per provare che la determinazione ‘avere la somma Degli angoli uguale a due retti’ si predica universalmente di qualcosa, non lo si può dimostrare né per una figura qualsiasi (infatti la determinazione non si predica di un quadrato) né per una figura come il triangolo isoscele, ma bisogna dimostrarlo per il suo oggetto primo, cioè per il triangolo, che è anteriore al triangolo isoscele.

Ma questa affermazione è un’aporia seguendo il seguente ragionamento: seguendo la traccia fornita dallo stesso Aristotele, per avere un triangolo universale devo avere assimilato nel concetto di triangolo molte percezioni di triangoli qualsiasi. La loro sovrapposizione nella memoria fa si che si possa avere il concetto universale di triangolo. Ma per costruire tutti questi triangoli occorre conoscere le regole geometriche per la loro costruzione che si ricavano solo dallo studio scientifico del triangolo universale. La determinazione che gli angoli interni di un triangolo sia uguale a due angoli retti può essere fatta solo studiando il triangolo universale e un qualsiasi triangolo può essere costruito solo disponendo delle linee che formino una figura con gli angoli interni uguali a due retti, questo secondo il metodo euclideo e Aristotele non ah dato un modo alternativo.


Dal nostro punto di vista, che è sempre finalizzato alla comprensione della percezione delle immagini geometriche, possiamo estendere l’idea di forma universale anche agli oggetti geometrici.

I concetti geometrici dunque sono legati alla loro forma ideale che si è formata dall’apprensione progressivo di una certo genere di forme reali. Dopo tale acquisizione si può passare alla introspezione del fenomeno particolare sulla base del concetto consolidato.

Ma in molti casi sono sufficienti le osservazioni sensoriali, che devono essere molte, a definire un concetto? In particolare per gli oggetti matematici-geometrici prima di diventare oggetti di studio scientifico come sono stati concettualizzati?

Possiamo immaginare una società primitiva che viva nella natura, penso che l’occasione di vedere in ente geometrico come un triangolo o un pentagono non siano molte o forse nessuna. E’ ovvio che non esistendo triangoli nel suo ambiente naturale non sarà in grado di studiarli ma se non li può studiare non ne può neanche individuare quelle qualità che permetterebbero di costruirli. Quindi la prima forma triangolare costruita dall’uomo su che basi è stata realizzata? 


mercoledì 19 gennaio 2022

Determinazione di una figura con il metodo di Euclide

Determinazione di una figura con il metodo di Euclide

Nel primo libro degli “Elementi di Euclide” alla Proposizione I si enuncia il problema della costruzione di un triangolo equilatero su una retta.


“PROPOSIZIONE I.

problema.

Sopra una data retta finita, costruire un triangolo equilatero.

Sia la retta data AB; bisogna sopra essa costruire un triangolo equilatero.





Dal centro A con l’intervallo AB descrivasi [post. 3] il cerchio BCD; similmente dal centro B con l’intervallo BA descrivasi un altro cerchio ACE”

Quello che precede è il disegno ricavato alla descrizione della soluzione al problema.

Poi aggiunge: “e dal punto C, nel quale le circonferenze dei due cerchi fra loro si segano, si tirino [post. 1] le linee rette CA, CB ai punti A e B.”

Prima di quest’ultima frase il triangolo non si vede.

In effetti la premessa al problema fa sorgere alcuni debbi: lasciamo stare la retta infinita ma si cita un triangolo che dovrebbe sorgere dall’intersezione di due cerchi, allora la figura che deve essere definita è già conosciuta quindi questa costruzione non serve a descrivere un triangolo equilatero perché già ne dobbiamo conoscere le caratteristiche. E queste caratteristiche da dove vengono? Da una immagine di triangolo già esistente come ideale da Platone o come induzione da Aristotele.

Quindi la geometria e la matematica che ne discende non è all’origine della natura o contraddicendo ciò che per primo scrive Galileo non è la lingua con cui è scritto il libro della natura.

In effetti con un po' di immaginazione, e dopo il suggerimento di Euclide, possiamo costruire un triangolo tra i punti A-B-C.

Ma potremmo anche costruire un rombo tra i punti A-B-C-F. Allora quello che costruiamo non è un triangolo ma la rappresentazione di un triangolo.

E il vero triangolo dove sta? Dato che in natura esistono quale è la logica con la quale sono costruiti?


lunedì 17 gennaio 2022

Forme trascendentali - Platone

Forme trascendentali - Platone

Il termine “forma trascendentale” è stato utilizzato da vari autori con diversi sinonimi Platone usa il termine “eîdos”, concetto fondamentale della filosofia platonica che identifica la pura forma, la Gestalt o configurazione visiva che costituisce la struttura essenziale delle cose nel loro presentarsi fenomenico.

Faccio ora una sintesi molto parziale della concezione filosofica di Platone incentrata su quegli argomenti, come appunto l’“eîdos”, che mi permetteranno di formulare la problematica che mi interessa.

Insieme al termine “eîdos”, Platone usa anche il termine “idèa” per riferirsi genericamente alle idee, ambedue derivano dal termine “ideîn”, cioè il vedere, e indicano ciò che è visto con il pensiero, cioè la rappresentazione mentale.

L'esistente ha la propria essenza nelle forme ideali trascendentali (idèa), collocate nel mondo iperuranio, dove l'anima le può contemplare una volta liberata dal corpo, con la morte e prima della rinascita o mediante un processo di purificazione. 

L'idea in genere non rappresenta per Platone una semplice generalizzazione di alcune qualità delle cose reali, ma rappresenta un insieme di proprietà che valgono per identificare e conoscere tutto l'insieme di realtà simili, che condividono tali qualità. Le idee sono uniche e immutabili, in quanto non sono influenzate dalle caratteristiche delle realtà concrete, ma esse costituiscono dei modelli o forme (éidos) che permettono all'uomo di dare un senso univoco alla realtà concreta e di ricondurla al suo modello.

Ecco perché, secondo Platone, l'uomo non conosce la realtà con la sua ragione, o con l'intelletto, ma con la sua anima immortale tramite la reminiscenza, cioè il ricordo di quanto ha appreso in un tempo precedente alla nascita nella contemplazione delle idee nell'iperuranio, il luogo in cui le idee  risiedono.

In quanto essenza dell'esistente, le idee ne costituiscono anche il fondamento razionale e dunque sono l'oggetto della conoscenza scientifica (epistéme), mentre la conoscenza delle cose, mediante i sensi, produce solo opinione (dóxa).

Le cose concrete sono copie delle idee e, da questo punto di vista, hanno un rapporto di imitazione (mimesi) con l'idea corrispondente.

Per chiarire il ruolo che il filosofo attribuisce alle idee utilizziamo un esempio tratto dalla matematica. Tutti gli uomini possiedono l’idea di triangolo isoscele ma tale idea non riguarda un insieme di percezioni, ma un insieme di proprietà che possiede il triangolo isoscele ideale. Queste proprietà valgono per tutte le figure simili che noi possiamo immaginare e rimangono immutate rispetto alle cose reali che a essa si rifanno. Platone sostiene che noi non saremmo in grado di riconoscere una superficie come triangolo isoscele, se non avessimo già nella nostra mente tale idea: le cose reali sono quindi copie imperfette di quest’idea che utilizziamo per ricondurle a modo di modello o forma. Secondo Platone soltanto applicando le idee alla realtà rendiamo significativa la molteplicità e il divenire della realtà.

A proposito di tali riflessioni si consideri il seguente testo ripreso dal “Fedro” dove Platone nella descrizione dell’iperuranio usa le seguenti parole:

“Nel giro che essa compie [l’anima] vede la giustizia stessa, vede la temperanza, vede la scienza, non quella cui è connesso il divenire, e neppure quella che in certo modo è altra perché si fonda su altre cose da quelle che ora noi chiamiamo esseri, ma quella scienza che si fonda su ciò che è realmente essere;...”

Il riferimento ad una scienza che “si fonda su altre cose da quelle che ora noi chiamiamo esseri” farebbe immaginare che ci siano due scienze una, quella degli uomini, fondata sulle “cose sensibili” e un’altra fondata sugli esseri che sono “realmente esseri” e cioè sulle “cose intelligibili” e quindi come esistono cose ideali esista anche una scienza ideale che sono quelle necessarie alla determinazione delle entità ideali e che le scienze come il calcolo e la geometria sono invenzioni dell’uomo sulla base delle idee trascendenti delle forme materializzate.


Ora il problema che voglio approfondire di questa teoria filosofica platonica, come in seguito farò anche per alte teorie filosofiche, non riguarda il suo valore ontologico o gnoseologico che non voglio ne posso affrontare ma un problema ben più limitato e settoriale, ma per me fondamentale, quello della costituzione dell’“eîdos”. 

Accettiamo pure con spirito dialettico la costruzione filosofica di Platone ma insieme alle tante interpretazioni apologetiche o critiche che si sono elaborate nel tempo sulla sua filosofia non mi sembra che si sia dato alcun risalto a tale tema, l’affermazione di Platone sulle idee e in particolare sulle idee matematiche, che poi sono geometriche, è stato sempre accettato con atteggiamento fideistico.

Per Platone le forme geometriche preesistenti alla realtà hanno modellato la realtà ma perché proprio quelle forme sono preesistenti? Si dirà perché sono regolari ma cosa significa "regolari" e come esprimere tale concetto con la sola matematica-geometria.

Non sono state scelte o create da nessuno in quanto il prima non esisteva.

Sarebbe stato possibile che per qualche caso una forma irregolare fosse tra esse? Indubbiamente no.

La geometria, se la si considerasse una scienza ideale, può costruire anche forme irregolari anche se è strano immaginare la costruzione delle forme ideali con riga e compasso.

Allora quale è la logica intrinseca delle forme ideali.

Non possono essere state generate seguendo le regole della matematica dato che essa sarà scoperta dall’uomo vedendo le forme imperfette della realtà. Ad esempio è impensabile che la loro forma sia stata fatta come una costruzione geometrica.

La loro forma precede la geometria.

...(segue)

sabato 8 gennaio 2022

Il concetto di relazione nel pensiero greco

Il concetto di relazione nel pensiero greco

Il termine "relazione" in greco antico σχέση, e relegato al significato di appartenenza di due parti ad un insieme. E' utilizzato prevalentemente nei rapporti interpersonali.

Aristotele è il primo che ne parla esplicitamente collocando la “relazione” tra le 10 Categorie che discute nel trattato dedicato che si può immaginare come una introduzione alla dialettica.

“L’essere si dice in molti modi” per cui di un soggetto si possono predicare diverse cose: quanto è alto, che cosa è, dove è… Questi predicati sono anche detti categorie. Secondo Aristotele esse sono 10: 

  1. sostanza (Socrate è un uomo) 
  2. quantità (un metro e mezzo) 
  3. qualità (bianco o filosofo)
  4. relazione (figlio di Tizio) 
  5. luogo (a casa) 
  6. tempo (anno di nascita) 
  7. situazione (star seduto) 
  8. avere (indossare un mantello)
  9. agire (bagnare) 
  10. subire (essere bagnato)

Plotino critica Aristotele, rimproverando alle Categorie di essere una classificazione delle cose sensibili, che non si applica alle realtà intelligibili, cioè alle Idee, per le quali è valida invece la distinzione dei “sommi generi” fatta da Platone nel Sofista.

Il richiamo fatto da Plotino è significativo per individuare un diverso rapporto tra realtà e conoscenza. L'esistenza della realtà dei generi e delle idee con Platone permette di individuare un rapporto problematico non solo dialettico ma ontologico, tra realtà fisica e realtà ideale.

Aristotele, invece, non essendoci più un iperuranio reale come modello ideale della realtà, le categorie sono funzionali alla sola conoscenza delle cose e non alla loro realtà trascendentale.

Dunque per avere una diversa espressione di "relazione" bisogna ritornare a Platone che, anche se indirettamente, ne mostra significati di livello più generale.

Nel "Sofista", importante dialogo della maturità, Platone sviluppa la teoria dei generi. All'interno di tale teoria Platone attribuisce il ruolo centrale svolto in tal senso dalla metessi o partecipazione. Platone sostiene infatti che alcune idee si combinino con le altre.

Così sia l'essenza, che la conoscibilità degli enti sono spiegati mediante la combinazione di più idee che, unite fra loro, permettono sia l'esistenza, che la conoscenza dei singoli enti.

L'esempio che Platone propone è quello del pescatore che scompone in "uomo", che è di genere animale, di specie mammifero, di ambiente terrestre, di postura bipede, di vista binoculare e così via. In pratica si costruisce una sorta di mappa concettuale.

Da questa impostazione che due oggetti sono sempre comparabili tramite le relazioni tra i generi che può essere di uguaglianza o disuguaglianza, ad esempio se confrontiamo l'oggetto "uomo" con l'oggetto "cavallo" possiamo dire che esiste una relazione di uguaglianza tra la vista che è per ambedue binoculare e la relazione di disuguaglianza tra la postura che per l'uomo è bipede e per il cavallo quadrupede.

Un altro caso potrebbe essere quello di due figure geometriche.

Tra due triangoli esiste la relazione di uguaglianza tra il numero dei lati mentre tra un triangolo e un quadrati esiste una relazione di disuguaglianza nel numero dei lati.

Per poter dire che due oggetti sono uguali o diversi devo confrontare le relazioni tra le loro caratteristiche nel caso che siano tutte uguali i due oggetti sono uguali altrimenti sono diversi.

Come si vede il concetto di relazione sebbene non evidenziato in Platone risulta essere riferito alla realtà dei fenomeni molto più in quest'ultimo che in Aristotele.

Approfondimento sul concetto di relazione in G Le relazioni che descrivo formalmente come ad esempio &r(!a,!b) non sono le uniche relazi...